
Il Premio Perioli ha celebrato il calcio italiano attraverso uomini che ne incarnano i valori più autentici. Ad aprire la serata è stato Gianluca Tinfena, che ha ricordato la figura di Coriolano Perioli, storico presidente dello Spezia e artefice della squadra che conquistò il leggendario scudetto del 1944, pagina indelebile del calcio italiano.
Prima del gran finale dedicato a Giancarlo Antognoni, spazio ai ricordi di Guido Angelozzi. Il direttore sportivo ha ripercorso la straordinaria stagione culminata con la promozione in Serie A dello Spezia, un cammino iniziato tra mille difficoltà. «Eravamo partiti in salita, ma non abbiamo mai perso la fiducia», ha ricordato, ripercorrendo i momenti più significativi di quell'impresa sportiva.
Poi il palco è stato tutto per Giancarlo Antognoni, intervistato da Enzo Bucchioni con la conduzione di Gianluca Tinfena. Bucchioni ha aperto con un ricordo personale: «Conobbi Giancarlo nel ritiro della Fiorentina a Fosdinovo nel 1978. Mi disse: "Cosa mi devi chiedere? Accomodati". Da allora è rimasto sempre lo stesso: disponibile, naturale, semplice. Quel ragazzo che giocava guardando le stelle».
Antognoni ha raccontato le sue origini: «Sono un ragazzo di campagna e me ne vanto. Il pallone era tutto, andavo a letto con il pallone». Dagli inizi nell'Asti, passando per la Serie D, «una palestra fondamentale», fino alla scelta della Fiorentina, il grande amore della sua carriera.
«Non ho mai vinto lo scudetto, ma il mio vero scudetto è quando la gente mi riconosce per strada a Firenze», ha detto emozionando il pubblico. Un legame che non si è mai spezzato, nonostante le offerte ricevute, come quella della Roma, e le incomprensioni degli ultimi anni con la società viola.
Sul ritiro della maglia numero 10 deciso per il centenario della Fiorentina è stato netto: «Non è giusto. Quello che ho fatto l'ho dimostrato sul campo». Bucchioni ha parlato di «una sofferenza che solo una vera bandiera viola può comprendere».
Tra gli aneddoti più significativi, quello su Diego Armando Maradona: «Lo conobbi da ragazzino. A Montecarlo lasciò il principe per venire a salutare me. È stato il giocatore più forte che abbia mai visto». Da dirigente ha ricordato l'intuizione Rui Costa, definita una scommessa vinta, e i rimpianti per Thuram e Nedved, sfumati sul mercato.
Sul Mondiale del 1982 ha invece definito Enzo Bearzot «un secondo padre calcistico», ricordando il coraggio con cui il commissario tecnico continuò a dare fiducia a Paolo Rossi fino al trionfo iridato. «Contro il Brasile almeno un gol avrei voluto farlo, me lo annullarono ma era regolare», ha ricordato sorridendo.
Lo sguardo finale è stato rivolto al calcio di oggi e ai giovani. «Non vedo più il fuoriclasse capace di fare la differenza come i numeri dieci di una volta. Ci sono tanti ottimi giocatori, ma è cambiato il modo di interpretare il calcio». Un pensiero anche per i talenti dell'Under 21, da Pisilli a Camarda, con l'auspicio che possano trovare maggiore spazio per crescere.
Applausi finali per una serata che ha unito passato e presente nel segno della passione per il calcio, dell'appartenenza e dei valori dello sport.
Il Premio Perioli ha così celebrato due protagonisti del calcio italiano come Guido Angelozzi e Giancarlo Antognoni, accomunati da competenza, umiltà e da un amore per il pallone che continua a emozionare intere generazioni.
