
Un cavallo di legno, destinato a diventare il simbolo iconografico per eccellenza dell’ingegno e dell’inganno, racchiude in sé l’intera cifra stilistica e concettuale dell’Odissea di Christopher Nolan.
Il regista apre il film senza introdurre lo spettatore al mito, senza accompagnarlo lentamente dentro la storia: lo getta direttamente in medias res, nel buio claustrofobico del ventre della grande statua, con Ulisse e i suoi uomini in attesa che l’orrore si compia.
È una scelta dirompente, in cui non vediamo nascere l’eroe, ma incontriamo un uomo già segnato dalle conseguenze delle proprie azioni, schiacciato dal trauma post-bellico e dalla vergogna per le atrocità commesse nel nome di una vittoria che ha distrutto la civiltà.
Nolan ribalta così il poema fondativo della civiltà occidentale in un’indagine intima e disillusa, dove la vera tempesta non è quella scatenata dalle divinità, ma quella che dilania la coscienza del protagonista.
L’Ulisse di Matt Damon è un anti-eroe estremo e profondamente contemporaneo, che racchiude in sé tutto il dramma e le fragilità dell’uomo moderno: un individuo schiacciato dai propri rimorsi, in cui l’astuzia (mètis) non è salvezza, bensì il peccato originale.
Proprio come in Oppenheimer, l’altissimo ingegno umano si trasforma in una devastante arma di distruzione, una ferita psicologica che spezza per sempre il legame con gli dèi e con l’umanità.
In questo cammino di discesa negli abissi, l’incontro con Circe perde i contorni della fiaba magica per farsi specchio spietato.
Sull’isola dell’incantatrice, la metamorfosi degli uomini in bestie non è un incantesimo soprannaturale, ma la rivelazione della loro vera natura: la guerra di Troia ha già spogliato i compagni di Ulisse di ogni parvenza umana, riducendoli a bestie guidate unicamente da impulsi primordiali e violenti.
Questo senso di frammentazione e colpa trova poi il suo apice nell’episodio delle Sirene, riletto attraverso la lente del flusso di coscienza: legato all’albero maestro, il protagonista non ascolta melodie mitologiche, ma un coro che mescola i rimpianti, le urla dei caduti a Troia e la voce sussurrata di Penelope.
La pellicola dialoga potentemente con i grandi “figli” che l’archetipo omerico ha generato nei secoli, trovando due punti di contatto fondamentali.
Nel descrivere la brama di conoscenza e l’irrequietezza del protagonista, Nolan richiama chiaramente l’Ulisse dantesco.
Il re di Itaca appare spinto da un “folle volo”, da un’inquietudine che gli impedisce di accontentarsi della quiete domestica.
Il mare non è solo lo spazio da superare per tornare a casa, ma la proiezione della sua stessa sete di infinito, una condanna all’eterno movimento che ne anticipa l’esilio.
C’è molto dell’Ulisse di James Joyce nella struttura frammentata con cui Nolan gestisce il tempo e la memoria del personaggio.
Le peregrinazioni di Odisseo non seguono una linea cronologica o d’avventura pura, ma si scompongono in lampi di coscienza, rimorsi e associazioni mentali, facendosi flusso interiore di un uomo qualunque smarrito nella vastità del mondo.
Girato interamente in IMAX 65mm, il film restituisce una nitidezza cristallina e una profondità di campo tridimensionale.
Per quanto riguarda la fotografia e la luce, niente CGI invasiva, nemmeno per il cavallo, realizzato interamente in legno e disegnato dal regista insieme allo scenografo Nathan Crowley.
La luce naturale è la vera protagonista insieme alla polvere desertica e ai toni cupi delle tempeste notturne, restituendo un senso di immensità minacciosa, del tutto indifferente alla sofferenza dell’uomo.
In definitiva, Odissea è un film di straordinaria potenza visiva, capace di restituire al mito una dimensione fisica e spettacolare senza svuotarlo della sua profondità.
Ma è soprattutto un’opera che non si limita a mostrare: interroga, inquieta, costringe a guardare oltre l’eroe e dentro l’uomo.
Nolan trasforma così il viaggio di Ulisse in una riflessione sulla colpa, sulla memoria e sulle conseguenze delle proprie azioni, fino a rendere il ritorno a Itaca qualcosa di molto più complesso di una semplice riconquista.
Perché, forse, il senso più profondo dell’Odissea non sta nel riuscire a tornare a casa, ma nel domandarsi se, dopo tutto ciò che abbiamo attraversato, siamo ancora capaci di riconoscerci quando finalmente vi facciamo ritorno.
