
Di Leonardo Merlini
I Mondiali di calcio possono essere considerati come lo specchio della società umana.
Dal primo fischio d'inizio nel 1930 in Uruguay, con sole 13 nazioni e la nave come mezzo di trasporto di massa, la Coppa del Mondo di Calcio si è trasformata nell'evento globale più imponente del pianeta.
L'evoluzione del torneo ha seguito tre direttrici fondamentali: la rivoluzione tecnologica, l'espansione geografica e l'esplosione del business.
Nel 1954 i mondiali in Svizzera inaugurarono l'era della televisione, trasformando gradualmente i calciatori in star holliwoodiane.
Il numero delle squadre partecipanti è cresciuto costantemente per accogliere le nuove realtà geopolitiche: dalle 16 squadre storiche si è passati alle 24 del 1982, fino alle 32 del 1998. Ma la vera svolta si sta compiendo oggi aprendo il torneo al format a 48 squadre, garantendo così una ampia partecipazione anche a continenti un tempo marginali come Africa e Asia.
Parallelamente, il gioco è cambiato radicalmente. Se il "calcio romantico" di Edson Arantes do Nascimento, Pelé - l’unico uomo ad aver vinto 3 Mondiali (1958, 1962, 1970), traguardo intatto e inarrivabile - viveva di colpi geniali, di classe e di tecnica su campi spesso proibitivi, lo sport contemporaneo è una perfetta macchina di atletismo, esasperazione tattica e supporto tecnologico.
E nulla sfugge anche sul campo di gioco dove l'introduzione del VAR e del fuorigioco semiautomatico ha ridotto i margini d'errore, globalizzando le regole e standardizzando lo spettacolo.
Oggi la Coppa del Mondo non è più solo una competizione sportiva, ma una piattaforma miliardaria di marketing a 360° capace di fermare il tempo per un mese intero.
Dai palloni di cuoio cuciti a mano del 1930 agli stadi ipertecnologici e climatizzati dei nostri giorni, il Mondiale ha perso quel suo fascino e poesia, ma ha conquistato definitivamente il trono di più grande rito collettivo della società umana.
