
Il calcio italiano deve ripartire dalle fondamenta. È il messaggio lanciato da Francesco "Ciccio" Graziani durante la serata organizzata da "Voci di Sport" sul lungofiume del Pilota, a Fiumaretta. Insieme al giornalista Enzo Bucchioni, con la conduzione di Gianluca Tinfena, il campione del mondo del 1982 ha affrontato i temi dell'attualità calcistica, alternando opinioni, ricordi e aneddoti.
Il dibattito si è aperto sulla Nazionale e sul ritorno di Roberto Mancini. Graziani non ha nascosto le sue perplessità: «Per come era andato via non lo avrei ripreso. Quando lasci la Nazionale con una Pec a mezzanotte dovevi essere più trasparente. È anche una questione etica». Pur precisando di non avere nulla contro l'ex ct, avrebbe preferito altre soluzioni. «Io avrei scelto Silvio Baldini o Antonio Conte. Baldini mi incuriosiva per il suo modo di intendere il calcio, mentre Conte è un vincente, con il carattere giusto per guidare la Nazionale. Alla fine è stato scelto Mancini e gli auguro buon lavoro».
Nel suo ragionamento trova spazio anche Paolo Maldini. «Mi sarebbe piaciuto vederlo protagonista del progetto azzurro. Una persona come lui avrebbe potuto dare tanto al nostro calcio». Più netto invece il giudizio su Andrea Pirlo: «Non lo ritenevo il commissario tecnico giusto. In questo momento serve una figura forte, con personalità e carattere».
Per Graziani il problema della Nazionale è solo una parte di una crisi più ampia. «Il nostro calcio va ristrutturato. Bisogna cambiare le metodologie di lavoro e intervenire anche sul modo in cui operano i club». Il riferimento è ai vivai e alla crescita dei giovani italiani. «L'Under 17 ha vinto l'Europeo e l'Under 20 è arrivata seconda al Mondiale. Poi questi ragazzi dove finiscono? Continuiamo a prendere giocatori dall'estero invece di investire sui nostri».
Tra gli esempi cita Cesare Casadei e Francesco Pio Esposito. «Casadei va aiutato a crescere creando l'ambiente giusto. Esposito ha caratteristiche che ricordano Luca Toni, ma deve giocare con continuità. Se resta dietro a Lautaro Martínez e Marcus Thuram rischia di crescere meno».
Parlando di settore giovanile, Graziani ribadisce una convinzione: «Fino ai 14 anni bisogna farli giocare e basta. La tattica non devono nemmeno sapere cosa sia. Prima imparano a divertirsi con il pallone, poi verrà tutto il resto».
La serata è stata anche un viaggio nei ricordi del Mondiale 1982. «Non eravamo partiti bene, ma Paolo Rossi non aveva sempre il sorriso, anzi era un po' triste. Io prima del Brasile gli dissi che avrebbe giocato e fatto una doppietta. Fece una tripletta. Contro il Brasile arrivò quella tripletta che cambiò la storia del nostro Mondiale». Bucchioni ha ricordato come quella squadra, guidata da Enzo Bearzot, avesse un'identità e una forza di gruppo che ancora oggi rappresentano un punto di riferimento, insieme al trionfo del Mondiale 2006.
Per Graziani oggi manca soprattutto una figura come Bearzot. «In Nazionale non vedo un punto di riferimento capace di trascinare il gruppo nei momenti difficili».
Il campione del mondo ha poi affrontato il tema del calcio moderno e del peso crescente del business. «Il Mondiale è diventato troppo business. Il calcio è del popolo e non può essere riservato a pochi. Anche il prezzo dei biglietti dovrebbe essere più accessibile». Tra le Nazionali che lo hanno colpito ha citato il Giappone, mentre la partita che più lo ha entusiasmato è stata Ecuador-Curaçao, «con i portieri assoluti protagonisti».
Nel finale spazio ai grandi campioni: «Tra i due argentini, Maradona e Messi, scelgo Maradona. Messi mi emoziona sempre, ma nelle ultime partite del Mondiale, vedi l'episodio Cucurella, non mi è piaciuto a livello di comportamenti».
Tra analisi e ricordi, Graziani ha ribadito il suo pensiero: per riportare in alto il calcio italiano non bastano i nomi in panchina, ma servono programmazione, coraggio e investimenti concreti sulle nuove generazioni.
