
Le lacrime arrivano solo alla fine. Cristiano Ronaldo prova a ricacciarle indietro, abbassa lo sguardo, si passa una mano sul volto. Resiste per qualche secondo, poi non ci riesce più. Gli occhi diventano rossi, lucidi. Davanti a lui c'è il pubblico, dietro il tunnel degli spogliatoi. È il tragitto più lungo della sua carriera.
La sconfitta contro la Spagna non è soltanto un'eliminazione. Ha il sapore della parola che gli sportivi pronunciano malvolentieri: fine. Fine dei Mondiali, il palcoscenico che più di ogni altro misura la grandezza di un campione.
In campo Ronaldo combatte con ciò che gli è rimasto. Fa il centravanti, aspetta il pallone, occupa l'area. La sua sola presenza continua a tenere in allarme i difensori avversari. Ma le gambe non raccontano più la stessa storia. Dove una volta partiva in accelerazione, oggi rallenta. Dove cercava la profondità, ora preferisce un appoggio semplice. Non è una resa, è il tempo che presenta il conto anche a chi sembrava averlo sconfitto.
Eppure, in quel pianto c'è molto più di una partita persa. C'è il bambino cresciuto a Madeira, la povertà, la morte del padre, le infinite ore trascorse con un pallone tra i piedi. C'è il ragazzo diventato una leggenda a forza di talento e ossessione, fino a segnare - assieme a Lionel Messi - un'epoca intera.
I compagni gli restano accanto senza invadere il suo silenzio. Anche il pubblico comprende che quello non è soltanto il dolore di una sconfitta, ma l'addio a un pezzo di storia del calcio. Ronaldo continuerà probabilmente a giocare, perché smettere è la sfida più difficile per chi ha vissuto tutta la vita inseguendo il prossimo gol. Ma il suo ultimo valzer sul palcoscenico più importante del calcio mondiale si è consumato a Dallas. E, anche nella resa definitiva, resta intatto l'orgoglio di un campione che ha cambiato il gioco e un'intera generazione.
